Servillo, R(i)enzi e Grillo

Recentemente Toni Servillo si è espresso su Grillo, che ripropone un’immagine di leaderismo molto vecchia e paragonandolo a vari personaggi della storia, tra cui in primis Rienzi (Cola di Rienzo).

Rienzi è anche il titolo della terza opera di Richard Wagner (Rienzi, der Letzte der Tribunen), composta fra il 1837 e il 1840  su testo di Edward Bulwer-Lytton. Hitler possedeva la partitura autografa e se la teneva sempre con se, l’autografo scomparve quando Hitler morì nel suo bunker nel 1945.

Thomas S. Grey nel  The Cambridge Companion to Wagner (Cambridge University Press 2008) scrisse:

In ogni fase della carriera di Rienzi – dall’acclamazione come leader del Volk, attraverso la lotta militare, repressione violenta delle fazioni ribelli, il tradimento e l’immolazione finale – Hitler avrebbe sicuramente trovato sostentamento per le sue fantasie.”

Rienzi L'ultimo Tribuno

Ecco alcuni estratti dalle note che accompagnano il DVD della produzione Deutsche Oper Berlin del 2010, che definiscono il concetto dell’eroe, che comprende elementi di ineluttabilità nel compiere il proprio destino e di un’inevitabile propulsione demagogica, concetti particolarmente attinenti ai nostri giorni e al giudizio di Servillo:

Ma cosa lo spinge a farlo? Anche se le sue opere portano benefici alla società, non nascono da un senso di altruismo che mette il bene della comunità al di sopra dei propri interessi ma – paradossalmente – quasi l’opposto, l’eroe è interessato solo a se stesso, si concentra sul suo ego e la propria creatività. Le sue gesta eroiche gli permettono di dare libero sfogo al suo narcisismo in una misura che – in tutto tranne che una situazione estrema -. sarebbe altamente problematica. Nel momento in cui interrompe le sue imprese, l’eroe spesso si mostra come un “anti-sociale” e sembra indifferente a ciò che lo circonda. Questo comportamento serve anche ad aumentare la misteriosa attrazione che esercita sugli altri. La sua decisione di agire è fatta in isolamento e si basa più sulla propria personalità rispetto alla situazione reale. Non è ingenuità che porta l’eroe a ignorare i rischi, ma piuttosto il suo narcisismo eccessivo, che modella il suo rapporto con la realtà in modo molto individualista.

La sua “cecità al mondo” lo protegge e allo stesso tempo lo rende vulnerabile.

Travolto dall’entusiasmo e pathos del suo senso di impegno, rompe i vincoli e convenzioni sociali che i “non-eroi” devono rispettare – anche per il bene della società. Senza il suo caratteristico narcisismo e il conseguente rischio di voler generare una sempre maggiore spazio per la propria gloria, un eroe è impensabile. E’ proprio la sua fallibilità, che fornisce un ponte tra l’eroe e il resto dell’umanità.

E ‘attraverso questa fallibilità che egli diventa una figura di identificazione, in tutto il suo splendore impressionante. La caduta dell’eroe innesca un innalzamento paradossale del suo status. La sua caduta è “auto-inflitta” – il risultato di esporsi deliberatamente a sfide che non può più superare. La sua fine viene in battaglia o – non di rado – a seguito di tradimenti.

Nella vita quotidiana di un’epoca post-eroica, abbiamo ancora nostalgia per gli eroi – anche se i nostri desideri sono difficilmente soddisfabili nella realtà. Il culto dell’eroe persiste nella narrativa, il cinema, i video games e anche nei giochi di ruolo. Una combinazione di un crescente senso di impotenza e apparentemente crescenti ansie esistenziali fornisce un terreno fertile per un anelito di redenzione che ha le sue radici nella tradizione cristiana occidentale. Così, anche in un’epoca “post-eroica” può accadere che teniamo gli occhi aperti per gli individui che rappresentano prospettive simili e dimostrano di possedere la forza necessaria, il coraggio, il carisma e doni per affrontare – e anche risolvere – i nostri problemi.

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